Vitigni Calabresi: scoperte antiche uve dal Libano e Grecia e nove profili genetici inediti

Abbiamo raccolto e analizzato 147 campioni di vite provenienti da oltre 20 comuni della Calabria. Trovando nove vitigni con profili genetici unici e varietà, rare e antiche, alcune delle quali provenienti da altri paesi del Mediterraneo come la Grecia e il Libano. 

Questi i risultati appena ottenuti dopo anni di ricerche sul campo. 

È arrivato uno dei momenti che aspettavamo di più: i risultati delle analisi genetiche sui vitigni che la nostra Associazione ha recuperato lungo tutta la Calabria. Abbiamo finalmente ricevuto, dal Dipartimento di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, i risultati dell’estrazione del DNA dei vitigni che abbiamo recuperato lungo tutta la Calabria in oltre cinque anni di perlustrazioni.

Il ruolo storico della Calabria nella viticoltura

Prima di raccontarvi cosa abbiamo scoperto durante le nostre ricerche, occorre fare qualche passo indietro e spiegare cosa ci ha spinti a intraprendere questo progetto: il contesto, le intuizioni iniziali e le ragioni che ci hanno portati a cercare, tra vigne dimenticate e luoghi marginali, le tracce di una biodiversità viticola che rischiava di scomparire senza essere mai stata raccontata.

Baciata dal sole, accarezzata dal mare, e protetta dalle sue montagne, la nostra regione possiede un patrimonio ampelografico straordinariamente variegato, fatto di uve da vino e da tavola, a bacca nera, bianca e rosa, frutto di una storia millenaria di scambi, incontri e migrazioni. La sua posizione nel cuore del Mediterraneo ha reso per secoli questa regione un crocevia di popoli, civiltà, culture e colture, un corridoio naturale tra Nord e Sud, nonché una cerniera tra Oriente e Occidente.

In questo reticolo di rotte antiche, commerci e contatti culturali, anche la vite ha viaggiato insieme agli uomini, contribuendo a fare della Calabria una delle aree di più antica tradizione enoica della Penisola. Le evidenze storiche, le pubblicazioni di riferimento e le più recenti ricerche scientifiche sulla viticoltura confermano il ruolo cruciale della Calabria come territorio-ponte nella diffusione della vite dal Vicino Oriente verso l’Occidente e dal Sud dell’Italia verso il Nord.

In questo mosaico convivono ancora oggi cultivar locali estremamente rare, vitigni giunti da altre parti del mondo, profili genetici del tutto sconosciuti alla scienza e persino gli antenati di varietà oggi coltivate in tutta Italia. Si tratta di un patrimonio genetico e culturale che, rimasto quasi intatto fino agli anni ’50 del Novecento, rischia oggi di andare incontro a una perdita irreversibile.

Biodiversità e catalogazione dei vitigni

Per lungo tempo questa straordinaria biodiversità viticola, salvo rare eccezioni, è stata largamente sottovalutata, poco indagata, scarsamente tutelata e ancor meno divulgata; una mancanza di conoscenza che ha prodotto una notevole confusione proprio attorno ai vitigni calabresi, inducendo talvolta in errore anche gli addetti ai lavori (viticoltori, enologi, agronomi e divulgatori) e riflettendosi persino nei dizionari specialistici dedicati ai vitigni italiani. A questo si aggiunge un intreccio, talvolta inestricabile, di omonimi e sinonimi, ancora ricorrenti tra le denominazioni dei vitigni.

Come accade ad esempio tra il Montonico abruzzese e il Mantonico bianco calabrese, oppure tra il Guardavalle (iscritto al registro nazionale anche come Greco bianco) e il vitigno con cui si produce il vino Greco di Bianco DOP, che nel disciplinare è indicato come Greco bianco ma corrispondente in realtà alla Malvasia delle Lipari.

Lo stesso accade nelle numerose informazioni che circolano online sui vitigni calabresi, spesso incomplete, inesatte o non verificate.

Queste criticità ci hanno spinti, con ancora maggiore tenacia, a cercare, ritrovare e proteggere e raccontare queste antiche piante. Un impegno portato avanti da semplici appassionati, senza alcun interesse economico nel mondo del vino, ma con la consapevolezza della loro importanza storica, culturale e scientifica.

La ricerca: esplorare la Calabria a caccia di Vitigni

In questi anni, oltre a visitare decine di vecchie vigne lungo tutta la regione, dallo Stretto di Messina al Pollino, abbiamo dialogato con anziani viticoltori, esperti, produttori, docenti e ricercatori universitari; abbiamo consultato libri, cataloghi, pubblicazioni, archivi e studi archeologici. Abbiamo partecipato alle vendemmie a fianco dei viticoltori a Bagnara Calabra (RC), Bova (RC), Bianco (RC), Cirò (KR), Ferruzzano (RC), Nicotera (VV), Saracena (CS), Roggiano Gravina (CS), San Marco Argentano (CS) e Scilla (RC).

Ed è stata proprio questa intensa esperienza sul campo ad aver rafforzato la nostra ipotesi iniziale, ovvero che nei vecchi vigneti marginali, nei giardini abbandonati e persino nei boschi la Calabria potesse ancora custodire uve mai censite o dimenticate. Varietà oltreché di interesse agronomico ed enologico, anche di forte interesse storico e antropologico.

In questo contesto di grande complessità ma anche di grande ricchezza ancora inespressa, un passaggio decisivo è stato l’incontro con il Prof. Francesco Sunseri, genetista dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, e con la delegazione internazionale di genetisti e ricercatori guidata dal Prof. Wei Chen della Yunnan Agricultural University (Cina).

La loro visita a uno dei nostri campi di salvataggio ha rappresentato molto più di un momento di arricchimento: ha aperto la possibilità concreta di sottoporre ad analisi genetica tutte le accessioni di vite che abbiamo recuperato in questi anni di esplorazioni e ricerche sul territorio.

Nasce così la collaborazione con il Dipartimento di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, collaborazione che ha trovato piena concretezza nel Giugno 2025, quando abbiamo avviato la raccolta dei materiali da analizzare, conferendo al Dipartimento 134 campioni di vite da vino (Vitis vinifera) e 13 campioni di Vite selvatica (Vitis sylvestris)* provenienti da antichi vigneti, piccoli orti e aree boschive di oltre 20 comuni della Calabria.

*Per trentotto campioni non è stato possibile estrarre il DNA; ripeteremo le analisi in primavera effettuando nuovi prelievi.

Le scoperte

I Nerelli

Delle oltre 13 cultivar denominate “Nerelli”, recuperati tra Bagnara Calabra e Motta San Giovanni (RC), la maggior parte è risultata appartenere a vitigni già noti come Castiglione, Nerello Mascalese, Magliocco Dolce, Brettio nero e Negrellone.

Le “varietà reliquia” 

Montonico pinto

– il Montonico pinto, è una varietà poco nota a bacca bianca tradizionale dell’area del Pollino, individuata a Frascineto (CS). Da non confondere con il Montonico bianco (vitigno del centro Italia diffuso anche nel nord della Calabria) e con il Mantonico bianco, cultivar tipica di Bianco (RC). Il Montonico Pinto veniva coltivato per conferire un aroma particolare, acidità e migliori caratteristiche organolettiche al vino rosso del Pollino. Da studi recenti è risultato figlio del Carricante, la cui coltivazione è da sempre legata al territorio dell’Etna. Ma non è iscritto al Registro nazionale delle varietà di vite.

l’Occhi di lepre

– l’Occhi di lepre o Mantonicone, fa parte delle cultivar che rischiano di scomparire. È stato recuperato a Bianco (RC), dove veniva coltivato anticamente in percentuale modesta insieme al Mantonico e selezionato appositamente per mitigare la sua grande acidità. Da uno studio pubblicato nel 2021 è stato possibile individuare entrambi i suoi genitori: Il Mantonico e il Sangiovese.

Pedilongo

– il Pedilongo, è un vitigno calabrese conosciuto anche come Parmisana, Bagnarota e Malvasia nera. È stato individuato a Bagnara Calabra e a Scilla (RC) ma un tempo era caratteristico della costa tirrenica, fino alla provincia di Vibo. A causa delle sue presunte scarse attitudini enologiche la coltivazione è stata progressivamente abbandonata.

Prunesta

– la Prunesta, è una varietà a bacca nera conosciuta anticamente come Uva Tribboti, denominata così per via della grandezza dei suoi acini (tre volte più grandi delle uve comuni). L’abbiamo recuperata a Bagnara Calabra, un tempo era diffusa lungo la Costa Viola (RC) ma oggi rimangono pochi ceppi solo nei vigneti storici della zona. Dagli studi sulle relazioni genetiche sono si sono scoperte delle parentele tra la Prunesta, il Magliocco canino e il Nocera.

Le varietà di valore storico

Achladi

Achladi, è un’antica varietà greca che ha la particolarità di raggiungere la piena maturazione nel mese di Novembre. È un’uva a bacca rosa da tavola rinvenuta soprattutto nelle vecchie pergole con il nome di Uva Ruggia. Secondo alcuni studi è giunta in Calabria dall’Epiro, un’antica regione montuosa al confine tra Grecia e Albania. Ricerche recenti hanno individuato una relazione parentale molto stretta tra Achladi e una cultivar quasi introvabile della Locride (RC) denominata Lampazona, con caratteristiche molto simili all’uva ruggia analizzata.

Il Mavro

– Il Mavro, è una cultivar proveniente dalla Grecia e tipica dell’isola di Cipro. Dalle sue uve a bacca nera si produce un rinomato vino dolce da dessert cipriota, considerato tra i vini più antichi del mondo ancora in produzione.

In Calabria è stato rinvenuto dal Prof. Orlando Sculli in un vecchio vigneto nei pressi di un antico monastero bizantino a Ferruzzano (RC), con la denominazione di Racina ru monacu.

Merwah

– Il Merwah, è un antichissimo vitigno libanese a bacca bianca, oggi piuttosto raro persino nel Paese d’origine. È stato trovato a Gerace e tra gli antichi vigneti terrazzati di Bagnara Calabra, in provincia di Reggio Calabria, piantato a piede franco. 
In Libano, sulle alture del “Monte Libano” a oltre novecento metri, il Merwah era tradizionalmente utilizzato per produrre l’Arak, un distillato a base di uva aromatizzato con semi di anice verde.
È evidente che questa cultivar non possa essere arrivata in Calabria attraverso i normali canali vivaistici, considerato che è una cultivar abbastanza rara anche nel Libano e non è una varietà commercialmente diffusa in Europa.

I profili genetici unici 

I nove profili molecolari unici, sono varietà che non corrispondono ad alcun vitigno finora identificato nelle banche dati nazionali e internazionali ed è la scoperta forse tra le più significative. Si tratta di un risultato di enorme interesse scientifico, perché ciascuno di questi profili potrebbe rappresentare un tassello aggiuntivo nella complessa storia evolutiva della vite in Calabria.

Si tratta di accessioni recuperate tutte nella provincia di Reggio Calabria: cinque a bacca nera e quattro a bacca bianca. Le piante sono state rinvenute con i nomi locali (o ampelonimi) con cui erano ancora ricordate dagli abitanti del posto, come ad esempio Burdò, Duraca, Greco, Prunesta Longuta, Tundulilla e Zibibbo nero.

Vite selvatica

Vitis sylvestris (V. vinifera subsp. Sylvestris), conosciuta comunemente come vite selvatica, è considerata il progenitore delle nostre varietà di vite coltivata (V. vinifera L. subsp. Vinifera). Cresce prevalentemente in zone boscose e umide, ed è di difficile reperimento. I tredici campioni consegnati provengono tutti dal Parco dell’Aspromonte e le analisi hanno confermato che si tratta di una piccola popolazione di Vitis Sylvestris che potrebbe fornire molte informazioni sulle origini dei vitigni calabresi. Questi campioni saranno inoltre inviati in Cina per essere sequenziati dal Prof. Wei Chen della Yunnan Agricultural University, nell’ambito di uno studio internazionale attualmente in corso.

Risultati e conclusioni

Le analisi genetiche hanno confermato la nostra intuizione iniziale: il patrimonio ampelografico della regione è eterogeneo, articolato e in parte ancora inesplorato. I dati raccolti naturalmente non hanno alcuna pretesa, se non quella di offrire elementi aggiuntivi utili ad ampliare la conoscenza della biodiversità viticola calabrese.

La presenza accertata di antichi vitigni mediterranei, legati alle rotte storiche che hanno favorito la circolazione della vite da Oriente a Occidente, rafforza l’idea che la Calabria sia stata, nei secoli, uno snodo rilevante nei processi di diffusione varietale.

Il ritrovamento di varietà antiche provenienti da altre regioni del Mediterraneo, oltre a chiarire i meccanismi di circolazione varietale, aggiunge un ulteriore livello di interesse: queste scoperte hanno infatti una forte valenza narrativa, perché mostrano l’unicità di una regione che, pur essendo rimasta ai margini della viticoltura moderna, conserva ancora tracce eloquenti dei suoi rapporti storici con le culture e i popoli che hanno attraversato il Mediterraneo.

La scoperta di nove profili molecolari unici, non riconducibili a nessun vitigno presente nelle banche dati nazionali e internazionali, evidenzia il valore scientifico di questo lavoro. Tali profili potrebbero possedere potenzialità enologiche ancora da verificare e contenere informazioni utili alla ricostruzione delle relazioni parentali dei vitigni italiani. Un dato particolarmente rilevante è che sei di queste accessioni sono state individuate nel campo di Salvataggio del Prof. Orlando Sculli, attivo da oltre trent’anni nella tutela delle varietà tradizionali calabresi: un risultato che conferma la solidità e il valore del suo contributo, troppo a lungo marginalizzato o sottovalutato.

Anche i campioni di Vitis sylvestris recuperati nel territorio, in particolare nell’area dell’Aspromonte, assumono un ruolo importante. Essi possono contribuire a indagare l’origine dei centri di domesticazione della vite, tema ancora oggetto di discussione, e permettere future analisi di genomica comparata tra le popolazioni selvatiche e i vitigni coltivati oggi in Calabria.

Nel loro complesso, queste evidenze mostrano quanto sia urgente documentare, studiare e proteggere questo patrimonio genetico. La semplice conservazione in collezioni non è sufficiente: per evitare la perdita definitiva di queste risorse, è necessario favorirne la coltivazione attiva, la reintroduzione nelle comunità locali e la diffusione delle conoscenze a esse collegate. Solo così tali varietà potranno continuare a svolgere un ruolo nella ricerca, nella viticoltura e nella memoria collettiva.

Le analisi previste per la prossima primavera rappresenteranno un ulteriore passo in avanti. Il percorso intrapreso continua con lo stesso impegno che lo ha caratterizzato fin dall’inizio: contribuire alla conoscenza, alla tutela e alla valorizzazione delle uve antiche e dimenticate della Calabria.

Associazione Calabria Wild Wine

Ringraziamenti

Ringraziamo per il contributo speciale, gli insegnamenti e la preziosa collaborazione:

Dino Briglio (Cantina L’acino), Cataldo Calabretta (L’arciglione di C. Calabretta), Wei Chen (Genetista, Yunnan Agricultural University), Rosa Comerci (Casa comerci), Manna Crespan (Dirigente di Ricerca presso il Centro di ricerca per la viticoltura e l’enologia di Conegliano), il Dipartimento di Agraria dell’università degli studi Mediterranea di Reggio Calabria, Alfredo Duini, Francesco de Franco e Laura Violino (Cantina ‘A Vita), Domenico Grosso (Artista), Vincenzo Guardavaglia, Nuccio e Filippo Imbalzano, Yannis Kyriakidis (Vouni Panayia), Fabio Lento (Cantina Ciavola Nera), Lino Licari (Guida Escursionistica e autore), Antonella Lombardo (Az. Agr. Antonella Lombardo), Francesco Marino, Antonio Mauceri (Ricercatore Dip. di Agraria dell’Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria), Rosario Morello e tutta la famiglia (Az. Agr. Morello), Rocco Picone, Marco Poiana (Direttore Dip. di Agraria dell’Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria), Francesco Rizzo (Cantina Rizzo), Orlando Sculli (Studioso e autore), Francesco Sunseri (Professore ordinario di Genetica presso il Dip. di Agraria dell’Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria), Bruno e Carmelo Traclò (Vini Traclò), Alessandro Viola e tutta la famiglia (Cantine Viola), e tutte le persone che ci hanno accolto nelle loro vigne e nelle loro case.

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